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Sulla soglia

La visita, in teoria, è già finita. Il referto è consegnato, le domande hanno avuto risposta. Eppure è proprio lì, sulla soglia, che succede qualcosa. Un saluto, una stretta di mano, le ultime raccomandazioni, due parole su un argomento qualsiasi emerso durante l'incontro, magari scambiate anche con il partner o con chi l'ha accompagnata. Pochi istanti. Ma sono gli istanti in cui sento che la relazione si rinsalda, che il tempo dato alla visita ha gettato basi che andranno oltre la visita stessa.

Non l'ho inventato io. Da Ippocrate in poi si parla di relazione tra medico e paziente, non di transazione tra un fornitore e un cliente. È uno degli aspetti più antichi della medicina, e uno dei primi che oggi viene sacrificato.

Per questo, con gli anni, ho scelto di proteggere ogni fase dell'incontro, dall'accoglienza al saluto, senza delegare nulla di ciò che è relazione. Accogliere e accompagnare di persona, dal primo all'ultimo istante, è il modo per garantire che il tempo dedicato resti intero, di chi lo dà e di chi lo riceve. Anche quel momento alla porta, allora, è una scelta precisa, non un residuo della giornata.

Perché di questi tempi tutto corre. Tutto è immediato, esposto, spesso forzato. E la relazione tra persone, quando tutto va veloce, è la prima a soffrirne, perché ha bisogno dell'esatto contrario: tempo, e cura reciproca.

Penso ai modelli di oggi costruiti sull'accesso rapido alla visita, a basso costo, in pochi minuti. Sulla carta sembrano convenienti. Ma certe convenienze si pagano dopo, alla lunga. È come preferire sempre il fast food allo slow food. Lo faccio anch'io, ogni tanto, e va benissimo. Il problema non è il singolo pasto veloce: è quando diventa l'abitudine, l'unico modo di nutrirsi. Poi ti ritrovi a spendere tempo e denaro per rimediare a una cattiva digestione, o per capire perché qualcosa non va. La fretta non paga mai, per quanto venga promossa bene.

Negli anni questo modo di vedere ha trasformato il mio studio e il mio modo di lavorare. Ho scelto di tenere stretto ciò che la fretta vorrebbe togliere.

E così torno alla porta. Un saluto vero, una mano stretta, qualche parola scambiata guardandosi negli occhi, con i tempi giusti. Sembra poco. È quasi tutto.

È bello, ogni volta, sentirsi umani.

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